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Evelina

di Evelina

Il corpo femminile e lo sguardo nella storia dell’arte


L'essenziale in breve

  • Male Gaze: nel 1975 Laura Mulvey descrive un linguaggio visivo in cui gli uomini sono rappresentati come spettatori attivi e le donne spesso come oggetti dello sguardo e del desiderio. 
  • Dall’antichità, passando per il Rinascimento e il Barocco, fino alla modernità, il nudo femminile è stato idealizzato, erotizzato e spesso rappresentato da una prospettiva maschile. 
  • Con il Modernismo e l’arte femminista, le artiste hanno iniziato a rappresentare autonomamente il proprio corpo e la propria identità, mettendo in discussione i tradizionali schemi visivi. 
  • Artiste come Frida Kahlo, Judy Chicago, Carolee Schneemann e VALIE EXPORT hanno trasformato il corpo in uno strumento di critica, autodeterminazione e resistenza. 

Il corpo femminile, spesso nudo, è uno dei motivi più antichi della storia dell’arte. Dalle dee mitologiche al nudo classico fino alla pittura contemporanea, la femminilità viene osservata, messa in scena, idealizzata e desiderata. Le immagini, però, non si limitano a mostrare: determinano anche il modo in cui vediamo. Chi guarda? Chi viene guardato? E chi decide come rappresentare un corpo? 

Queste domande sono al centro di ciò che oggi viene definito «Male Gaze». Il termine risale alla teorica cinematografica britannica Laura Mulvey, che nel 1975 analizzò il cinema classico hollywoodiano. Descrisse un ordine visivo in cui gli uomini appaiono come portatori dello sguardo, mentre le donne vengono messe in scena soprattutto come oggetti del desiderio. Approcci femministi e psicoanalitici come questo hanno influenzato in modo duraturo il dibattito sulla cultura visiva e, anche oggi, mezzo secolo dopo, sono fondamentali per l’analisi critica delle immagini, dei regimi dello sguardo e del loro effetto.


Piacere visivo e cinema narrativo

Nel 1975 Mulvey pubblicò il suo saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”. In esso analizza come il cinema hollywoodiano dell’epoca d’oro crei piacere visivo. Partendo dal concetto di Sigmund Freud di scopofilia, cioè il piacere di guardare gli altri, descrive il cinema come uno spazio in cui gli spettatori provano piacere attraverso lo sguardo. In questo contesto, a uomini e donne vengono assegnati ruoli diversi. Con l’aiuto delle teorie psicoanalitiche, descrive lo sguardo come elemento centrale della percezione cinematografica. Mentre i personaggi maschili compaiono per lo più come soggetti attivi, che guidano lo sguardo e fanno avanzare la trama, quelli femminili vengono soprattutto guardati e messi in scena come oggetti del desiderio visivo e sessuale. Il pubblico viene così indotto a identificarsi con la prospettiva maschile. In questo modo si crea un ordine visivo in cui l’uomo è posizionato come soggetto dello sguardo e la donna come suo oggetto. La sua famosa contrapposizione recita: «la donna come immagine, l’uomo come portatore dello sguardo».

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La storia dell’arte del corpo femminile

Una tensione simile si può osservare anche nelle rappresentazioni storiche del nudo femminile. Del Paleolitico inferiore sono giunte fino a noi numerose statuette femminili nude, spesso interpretate come simboli di fertilità o di femminilità. Nell’antica Grecia, il corpo femminile appare soprattutto sotto forma di dee, ninfe e muse, come incarnazione della bellezza e del potere divino. A differenza del nudo maschile eroico, già molto diffuso, all’inizio rimaneva per lo più coperto. Con l’Afrodite di Cnido di Prassitele, nel IV secolo a.C. nacque una delle prime sculture monumentali raffiguranti una figura femminile completamente nuda e, al contempo, un’immagine di grande importanza per la storia dell’arte antica. La scultura fece scalpore e divenne il punto di partenza di una lunga tradizione di raffigurazioni nude di Afrodite e Venere. Nell’arte romana si affermò, tra l’altro, il tipo iconografico della Venere pudica. 

Nella tarda antichità di impronta cristiana e nel Medioevo, il corpo femminile fu sempre più oggetto di riserve religiose e morali. Nel monoteismo, la rappresentazione sacra del femminile si spostò sempre più verso il culto mariano, le cui icone seguivano rigide dottrine teologiche sull’immagine. La Vergine Maria incarna un ideale di purezza e castità, mentre la nudità femminile veniva associata al peccato, alla sessualità e alla vergogna, come nelle raffigurazioni di Eva e del peccato originale. 

Nel Rinascimento e nel Barocco, le concezioni antiche di bellezza e armonia tornano a caratterizzare la rappresentazione del corpo femminile. Le rappresentazioni audaci si trovano ora soprattutto nel contesto della mitologia e dell’erotismo e si rivolgono sempre più allo sguardo dello spettatore. Opere come La nascita di Venere di Botticelli o La Venere di Urbino di Tiziano mostrano il corpo nudo non tanto come un problema religioso, quanto piuttosto come un motivo estetico ed erotico. 

L’Origine du monde di Gustave Courbet, del 1866, segna una rottura radicale con questa idealizzazione. Invece di mostrare una figura mitologica o una dea, Courbet presenta un corpo anonimo e frammentato, che diventa esso stesso oggetto dello sguardo. Artisti come Matisse e Picasso si sono sempre più distanziati dalle concezioni tradizionali di bellezza, sperimentando con la forma e la prospettiva. Allo stesso tempo, nel Modernismo il nudo femminile è rimasto strettamente legato alle idee di desiderio e disponibilità.

Michaela Haidermoser – Alexa, di' ad Alexa che è bellissima!

Michaela Haigermoser parte dal disegno dal vero e dall’osservazione diretta della persona. Nei suoi dipinti unisce questo sguardo femminile così profondo a un processo pittorico intuitivo e sensibile. Al centro ci sono la presenza, la vulnerabilità e i processi interiori nascosti dell’essere umano, che lei rende visibili attraverso il colore e la forma.

Lena Willmann - Ride me (pls)

Lena Willmann lavora consapevolmente con uno sguardo femminile (Female Gaze) e mescola kitsch, erotismo e trasgressione dei tabù. Le sue opere affrontano temi come il desiderio, la vergogna, la sessualizzazione e il femminismo, muovendosi tra intimità e distanza. Attraverso lo sguardo aperto sul corpo femminile, mette in discussione le concezioni sociali di femminilità e di invasività.

Krowni - non rispondere

Le opere di Krowni uniscono prospettive queer, cultura pop ed estetiche femminilizzate. Nei suoi dipinti a olio dai colori intensi, l’artista affronta temi come l’intimità, l’identità e il corpo femminile, mettendo in discussione le concezioni tradizionali di femminilità e lo sguardo della società sul corpo.

Tra lo sguardo e l’autodeterminazione

Dietro queste immagini idealizzate del corpo si celava una realtà sociale in cui le modelle di nudo che posavano come dee, muse o sante erano spesso amanti, eteri, concubine o lavoratrici del sesso. In una produzione artistica plasmata per secoli dal patriarcato, le donne sono così diventate lo specchio delle rappresentazioni maschili di bellezza, innocenza ed erotismo. Questo conflitto tra purezza e disponibilità sessuale si ritrova in seguito anche nella psicoanalisi, ad esempio nella descrizione di Freud di una separazione tra venerazione affettuosa e desiderio sessuale. 
Con la modernità, questa eterodeterminazione ha cominciato gradualmente a cambiare. Le donne hanno avuto sempre più accesso all’istruzione e alla formazione artistica e si sono affermate come autrici delle proprie immagini e dei propri corpi. Un esempio lampante è il Messico post-rivoluzionario, dove artiste come Frida Kahlo, María Izquierdo o Tina Modotti hanno fatto delle proprie esperienze, identità e corpi il soggetto della loro arte. Nonostante le nuove libertà, sono rimaste socialmente e istituzionalmente svantaggiate rispetto ai loro colleghi maschi. 
Con l’arte femminista degli anni ’60 e ’70, il corpo è diventato infine esso stesso un luogo di confronto. Artiste come Judy Chicago, Carolee Schneemann o VALIE EXPORT lo hanno usato per provocare, scioccare e sovvertire gli schemi visivi esistenti. La domanda su come vengono rappresentate le donne si è trasformata sempre più nella domanda su chi abbia il diritto di rappresentarle.

La gaze come critica, mezzo di espressione, fonte di ispirazione e forma di resistenza

Oggi le artiste sono più visibili e numerose che mai nel mondo dell’arte, eppure permangono ostacoli strutturali e sociali. Le artiste sono state presenti in molte epoche, ma hanno dovuto lottare per avere accesso alla formazione e a un’attività autonoma e, nella storia dell’arte, sono state spesso classificate, se non del tutto ignorate, come artigiane, assistenti, modelle o muse. La storia del corpo femminile è quindi anche una storia di eterodeterminazione, che si protrae fino alla ricerca storico-artistica. 

E con questo torniamo al «Male Gaze»: non è presente in ogni immagine né è legato esclusivamente agli artisti maschi. Può essere usato consapevolmente, spezzato con ironia o respinto del tutto. Queste teorie non sono quindi rilevanti solo per l’analisi cinematografica o artistica, ma anche per noi come spettatori e amanti dell’arte. Affinano il tuo sguardo e ti aiutano a percepire in modo più consapevole quali rappresentazioni del corpo, del genere e del desiderio vengono trasmesse nelle immagini e come queste influenzano il tuo modo di vedere.

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Chi decide come vediamo la femminilità?

La rappresentazione del corpo femminile ha una lunga storia, segnata da sguardi, ideali e idee su come dovrebbe essere la femminilità. Per questo oggi sono ancora più interessanti gli artisti che mettono in discussione queste immagini, le reinterpretano e sviluppano una propria visione del corpo.  

Anche su SKM scopriamo tante giovani artiste che si confrontano con la femminilità, il corpo, l’identità e il proprio modo di vedere le cose. Nella nostra rubrica “Artista del mese” presentiamo ogni mese un talento particolarmente brillante della community SKM. Dai un’occhiata e scopri nuove prospettive sull’arte contemporanea. 

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